CINEMA NOVO

CINEMA NOVO

marzo 20, 2018 0 By carmine_inter

CINEMA NOVO

“In Brasile, lungo gli anni ’60, con un’idea in testa e una macchina da presa in mano, i registi del Cinema Novo realizzarono film con l’ambizione di cambiare il mondo. Era un momento storico in cui l’arte, l’utopia e la rivoluzione si incontrarono. Un’avventura di creatività, amicizia, assenza di conformismo, caratterizzata da idee che consegnarono al mondo nuove immagini del Brasile”. Così recita la didascalia iniziale del film. È l’unica indicazione paratestuale, se si fa eccezione per le didascalie coi nomi dei filmmakers che sfileranno: Glauber Rocha, Nelson Pereira dos Santos, Leon Hirszman, Joaquim Pedro de Andrade, Carlos Diegues, Paulo César Saraceni, Ruy Guerra, Luiz Carlos Barreto, Walter Lima jr., Gustavo Dahl, Arnaldo Jabor, Zelito Viana, Paulo Emilio Salles Gomes, Mário Carneiro, Geraldo Sarno, Orlando Senna, David Neves. Il regista Eryk Rocha infatti decide di affidare alla potenza del montaggio, alle sequenze dei film scelti (ma mai identificate né commentate) e alle testimonianze dei protagonisti tutto il senso dell’opera: il suo è editing all’ennesima potenza, fino ai titoli di coda, a loro volta un montaggio di crediti finali.Cinema Novo è opera ricercata di ricapitolazione teorica, che se da una parte restituisce il senso critico e l’intento dialettico di quel gruppo di cineasti, dall’altra rischia di tenere lontano lo spettatore. Certo, le interviste ai registi insistono sui valori condivisi di quell’onda, ispirata parimenti al cinema rivoluzionario russo, al neorealismo italiano e alla Nouvelle Vague francese: dare nuove immagini del Paese, “gettare il cinema nelle strade”, girare in esterni e non negli studi di posa per dare visibilità al Terzo Mondo, alla realtà del sottosviluppo. Innescare insomma una rivoluzione culturale che partisse dal cinema e risvegliasse l’intera l’America Latina in un percorso di emancipazione.

La visione si rivela un sovraccarico di testimonianze, un’iterazione anche molto raffinata ma non sempre intellegibile, rivolta più a un pubblico accademico e cinefilo, nonché a una collocazione museale (diversi film di Eryk Rocha, che dopo gli studi alla scuola di cinema EICTV di Cuba ha esordito nel cinema nel 2002 con un film sull’esilio cubano del padre e hanno circuitato nei festival, sono nell’archivio del MOMA di New York). Se di proposito l’autore dà per scontate le coordinate storico politiche (come il colpo di Stato del ’64), affidandole a una suggestiva colonna audio, e il ruolo degli altri attori in gioco (eccetto quello della critica francese nello scoprire e sostenere il Cinema Novo), lascia un segno in chi guarda la forte consapevolezza del collettivo, la discussione collegiale di idee, lo scambio di pratiche tra colleghi (quando si descrive il montaggio in contemporanea dei segmenti di uno stesso film, l’unico citato, Cinco Vezes Favela, del 1962), pur nel prevalere evidente di alcune personalità sul gruppo, totalmente maschile. Nelle note stampa che accompagnano il film spicca una dichiarazione di Rocha padre: “ovunque ci sia un filmmaker pronto a opporsi alla commercializzazione, allo sfruttamento, alla pornografia e alla tirannide della tecnica, lì c’è lo spirito vivente del Cinema Novo”. Vincitore dell’Oeil d’or, premio al miglior documentario, a Cannes 2016, sezione Classics.