RISORTO

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marzo 20, 2018 0 By carmine_inter

RISORTO

La visita dell’imperatore Tiberio a Gerusalemme è alle porte e Ponzio Pilato ordina al tribuno militare Clavio di accertarsi che quel tale Yeshua che fa proseliti, spacciandosi per un re, sia messo a morte e che il suo cadavere sia sorvegliato per mettere a tacere le assurde voci di una sua possibile resurrezione. Ma il cadavere sparisce e Clavio avvia un’indagine che mette progressivamente in dubbio le sue certezze di scettico e si fa ad un certo punto ricerca di altro genere, interrogativo che gli cambia la vita.
L’idea di approcciare il mistero della resurrezione di Cristo come un’indagine poliziesca non è nuova, a metà degli anni Ottanta Damiano Damiani ci aveva costruito L’inchiesta, da un’idea (geniale, al solito) di Ennio Flaiano, e la letteratura sull’argomento che coniuga saggismo e narrativa non ha mai smesso di esistere. Le cose non cominciano però nel migliore dei modi quando il film di Kevin Reynolds si apre su un Joseph Fiennes bruciato dal sole e scortato da una musica dalle sonorità western, perché è subito chiaro che gli strumenti del cinema potrebbe venire qui impiegati in una maniera che serve più lo spettacolo che altro. E così è, sempre più, man mano che assistiamo alle magiche apparizioni e alla sparizioni di Gesù, quasi fossimo in un film di Méliès: un espediente che nuoce al film anche sul piano tematico, sostituendo il salto nel buio di Clavio con il deus ex machina dell’artificio tecnico. Se, infatti, nel film di Damiani, l’immagine corporea di Cristo non appariva mai, ribadendo con la sua assenza la permanenza di un mistero che dura a tutt’oggi, e permettendo che i lebbrosi scambiassero l’inquirente per Cristo stesso, il film di Reynolds gioca con carte più scoperte e modi ben più banali, riducendo lo scettico Clavio ad un ultimo fra gli ultimi e dunque ad una figura a suo modo cristologica, ma anche al beneficiario finale del tocco di incoraggiamento sulla spalla che il maori Cliff Curtis elargisce ai suoi ilari discepoli e della sua capacità di leggere nella mente.
Fino a dove l’inquisizione è faccenda storica e garbuglio politico, il film riscuote un certo tipo di interesse e, nonostante qualche scenografia troppo fasulla e qualche inutile bozzetto (il governatore Pilato che si lava le mani), ci accodiamo al cavallo di Clavio/Fiennes e lo seguiamo fino a che l’equilibrio tra la presenza del tribuno romano, frutto d’invenzione, e il racconto delle Scritture regge. La seconda parte, però, inaugura l’uso più strumentale e inverosimile della narrazione evangelica per raccontare la scelta di Clavio, mescolando generi e toni e perdendo in qualità e serietà.